Guida sulla Memoria: MBT, MLT, Neuropsicologia, studi - Prato

Breve Guida: Comprendere la Memoria

In questa breve guida cerca di spiegarci la memoria partendo dalle prime ricerche scentifiche.
Il presente è un saggio scritto per chi soffre di questi disturbi neuropsicologici e la sua famiglia, sperando che comprendere meglio aiuti a vivere meglio.

Il dott. Iglis Innocenti, Neuropsicologo ed esperto da anni di problematiche riguardanti la memoria, rimane a disposizione nel suo studio di Prato, nel caso vogliate fare domande specifiche o riteniate opportuno contattarlo per una consulenza o un intervento.

1) Neuropsicologia e Memoria: dai primi studi - Prato

Conoscere, integrare, creare, trasformare, dimenticare.
I pilastri della nostra memoria. I mattoni di un edificio fondamentale del nostro essere. La nostra identità, solida e mutevole, si estende sulle note di questa partitura infinita. Ineffabile e solenne, la memoria diventa custode e Aedo narrante del nostro Io.
Ma come è fatta questa funzione così importante per la nostra esistenza? Come si è riusciti nel tempo ad "ascoltare" questo Aedo? Quali sono i metodi attraverso i quali poter dialogare con questa "entità" che parla per noi da sempre?

Ci potremmo chiedere se il funzionamento della memoria, al di là dei contenuti soggettivi, abbia delle caratteristiche comuni a tutti noi. Se esista, cioè, una modalità intrinseca a tutti gli esseri umani che regola e dirige il flusso di memorie personali.
Occorre, infatti, poter staccarci dalle sensazioni personali ed esplorare il mondo della memoria come l'archeologo osserva e interpreta le antiche rovine del passato, ovvero utilizzando le più opportune metodiche di misurazione, di raccolta dati, di interpretazione, unendo poi i risultati di altri studiosi e sintetizzandoli in una più ampia cornice di conoscenza. È necessario, quindi, che chiunque si accosti allo studio della memoria, sia esso uno psicologo, un neurologo, un genetista, sappia integrare il proprio punto di vista in una visione "mappale" del fenomeno, tentando di fondere i tanti tasselli che lo compongono in un disegno coerente e intelligente, che riesca a dare un senso al tutto.
In altri termini, occorre giungere ad una "teoria" del funzionamento della memoria.
Ma il ricercatore della memoria dove è necessario che volga il proprio sguardo? Con quale atteggiamento e con quali mezzi dovrebbe inerpicarsi in questo straordinario "paese delle meraviglie" della nostra cognitività?
Come può esplorare l'urna silente della nostra identità?

Provare a capire cosa sia di preciso la memoria non è semplice, ma lo si può intuire molto bene dando uno sguardo ai casi di persone che hanno perso la capacità di fissare e/o recuperare i propri ricordi. Quelle situazioni in cui, a seguito di una lesione alle strutture cerebrali che sovraintendono il funzionamento mnesico, le persone non riescono più a ricordare piccoli o grandi aspetti della propria vita: volti di persone conosciute, esperienze personali, nomi di amici o parenti, luoghi, date, cose da fare in prospettiva. Come se avessero perso, riprendendo le parole dell'Imperatore Adriano (attraverso la fine penna della Yourcenar), "la capacità di ripercorrere il proprio passato per ravvisare il piano del proprio esistere", quella consapevolezza che il proprio "essere adesso" è figlio del proprio passato, che rimane, a sua volta, figlio del ricordo presente. Un continuo e vorticoso movimento fra passato e presente che s'intreccia e prende forma nell'apparente banalità del concetto di identità e, quindi, nel concetto di memoria.
Parafrasando Jedlowski: "Il passato si conserva ma è il presente a svelarne il significato" (Jedlowski, 2008, p.146).

La memoria è più di una "scatola" in cui inserire le informazioni, nel senso che non si limita ad immagazzinare e conservare passivamente le esperienze, ma le promuove essa stessa, modulandole e dando loro una forma. Ed è proprio questa forma, figlia delle memorie dell'individuo che le detiene, che rende un'esperienza sempre unica e irripetibile. In una parola: personale.
A questo proposito, Daniel Schacter - uno dei neuroscienziati che più di altri ha fornito straordinari contributi scientifici allo studio della memoria - sostiene che: "ricordiamo solo ciò che codifichiamo, e ciò che codifichiamo dipende da chi siamo... la memoria rientra nel tentativo di imporre un ordine sull'ambiente." (Schacter, 2001, p. 42).
La memoria umana, pertanto, non si identifica in quel processo che, come una macchina del tempo, riporta al presente - con più o meno esattezza - informazioni dal passato. La memoria ha anche il compito di generare nuove conoscenze e nuovi schemi interpretativi per un'aggiornata e funzionale comprensione del mondo circostante (Làdavas & Berti, 2002). La memoria, come tutto il nostro cervello, è "qualcosa" di vivo che contribuisce a creare la nostra realtà percepita.

Come si evince da queste brevi righe, anche nei casi di grave amnesia l'individuo conserva la possibilità di ricordare, ovvero di esprimere, attraverso percorsi alternativi, un'esperienza precedentemente vissuta senza che egli ne sia consapevole. Esistono - come vedremo - memorie che riescono ad oltrepassare il "buco nero" di un'amnesia grave, restituendo alla memoria della persona una parziale funzione adattativa.
Ciò che sorprende fin qui è la forza con cui l'identità di un essere umano sembra "volersi" imporre: il sistema cognitivo umano è così flessibile che, nonostante la presenza di un deficit importante, esso si ingegna a trovare vie diverse, alle volte particolarmente fantasiose, pur di esprimere il proprio Io, la propria storia.
E così scopriamo che la memoria, così come il proprio Sé, non solo agisce sul ricordo, ma si esprime nel silenzio, ovvero ha funzioni implicite che permettono di avere un effetto sul modo di comportarsi, senza che noi lo vogliamo.
È chiaro, dunque, che esistono vari livelli attraverso i quali viene studiata la memoria: coscienza, emozioni, processi impliciti, etc. Quindi vi sono molti livelli di analisi con cui si esprimono gli sforzi delle ricerche sulla memoria.

Lo studio scientifico della memoria

Lo studio della memoria è stato oggetto di speculazioni per almeno 2000 anni, passando primariamente attraverso il pensiero dei più grandi filosofi per poi indossare i panni rigidi e ingessati di quello sperimentalismo che, dalla fatidica data 1879, "vestirà" tutta la ricerca sui processi cognitivi, grazie agli studi pionieristici sulla percezione ad opera di Wundt.
Ma per veder aperta la strada verso lo studio sperimentale della memoria bisogna aspettare il 1878, quando un giovane filosofo tedesco, in viaggio per l'Europa alla fine del 1870, mentre gironzolava in una libreria di seconda mano a Parigi trovò l'ispirazione che cambiò il suo futuro e quello della psicologia. Il suo nome era Hermann Ebbinghaus e il libro che gli capitò per le mani, scritto dal grande filosofo e scienziato tedesco Gustav Fechner, conteneva una serie di metodi sperimentali per lo studio della percezione sensoriale.
Quando nel 1878 intraprese la carriera accademica a Berlino, Ebbinghaus portò avanti l'intuizione che lo aveva colto nella libreria parigina: la memoria, come la percezione sensoriale, poteva essere studiata con metodi scientifici.
Avrebbe impiegato sette anni prima di pubblicare le sue scoperte, ma la sua monografia datata 1885 improntò il campo delle ricerche per molti decenni.
Quindi Hermann Ebbinghaus decise di applicare il metodo sperimentale - che, appunto, era stato da poco sviluppato per lo studio della percezione - allo studio più ambizioso delle funzioni mentali superiori e, soprattutto, alla memoria umana.
Senza dilungarmi troppo sugli studi pionieristici di questo grande autore, mi limiterò a ricordare che Ebbinghaus decise di evitare la ricchezza e la complessità degli aspetti della memoria che caratterizzano le esperienze della vita quotidiana dedicandosi allo studio dei meccanismi dell'apprendimento e dell'oblio di materiale artificiale, usando un unico soggetto, se stesso, in condizioni in cui sia l'apprendimento che la rievocazione erano rigidamente controllati.
Attraverso quest'estrema semplificazione fu in grado di dimostrare delle caratteristiche importanti della memoria, sconosciute ai primi ricercatori (si ricordi, per esempio, la celeberrima "curva dell'oblio").

La reale importanza di quel lavoro non risiede tanto nella novità delle osservazioni, quanto piuttosto nella dimostrazione che il metodo sperimentale poteva essere usato per studiare degli argomenti tanto complicati come l'apprendimento e la memoria.
L'idea che anche delle funzioni mentali complicate potessero essere studiate se si adottavano alcune semplificazioni metodologiche e condizioni controllate ha dominato lo studio della memoria ai giorni nostri.

Benché oggi la maggior parte dei ricercatori accetti il concetto di memoria multi-componenziale, vi è stato un periodo in cui ciò non era così scontato. Questo tema è stato, infatti, oggetto di innumerevoli diatribe svoltesi soprattutto negli anni sessanta, fra quanti sostenevano che i processi a breve e lungo termine facessero parte di un unico sistema di memoria e coloro che ritenevano più vantaggioso considerarli appartenenti a sistemi funzionalmente separati.

Tra i fautori della visione monolitica della memoria, il rappresentante più illustre fu Arthur Melton (Roncato, 1982). Egli sosteneva l'inconsistenza della suddivisione in magazzini distinti, sottolineando, ad esempio, che gli effetti di apprendimento a lungo termine potevano essere dimostrati in molti compiti della MBT (Memoria a Breve Termine), considerando, dunque, i processi a breve e lungo termine come dipendenti dallo stesso sistema unitario.
Dall'altra parte, invece, attraverso vari contributi provenienti soprattutto dagli studi su pazienti cerebrolesi, venne lentamente ad affermarsi l'idea che la memoria fosse un sistema complesso, frazionabile al suo interno in sottosistemi funzionali specializzati, autonomi ma interdipendenti fra loro.

Dal paziente H.M. alla suddivisione della Memoria

A dipanare questa complicata questione furono particolarmente importanti gli studi effettuati su uno dei casi più famosi e prolifici nella storia della neuropsicologia: il paziente H.M.
Nel 1953, quando aveva circa 27 anni, H.M. fu sottoposto all'asportazione bilaterale di parte dei lobi temporali mesiali e dell'ippocampo per tenere sotto controllo una forma grave di epilessia farmacoresistente. In seguito all'intervento chirurgico egli sviluppò una significativa e permanente difficoltà ad acquisire nuove informazioni (Scoville & Milner, 1957; Milner, 1968).
Ad esempio, dopo un anno e mezzo dall'intervento, benché fossimo nel 1955 egli era convinto di essere ancora nel 1953 e di avere 27 anni!
Se parlava con una persona appena conosciuta e questa usciva dalla stanza per ritornarvi pochi minuti dopo, H.M. allungava nuovamente la mano per ripresentarsi, in quanto immemore di averla già conosciuta pochi momenti prima. Nel corso degli anni, inoltre, non riuscì ad acquisire nuove parole entrate nell'uso comune nelle epoche successive, come ad esempio "astronauta" e "CD-rom" (Vallar & Papagno, 2007).

Ciò che sorprese gli studiosi fu che H.M., nonostante questo grave danno alla memoria episodica, presentava un'intelligenza nella norma, nonché una preservata memoria retrograda (il ricordo degli avvenimenti precedenti l'operazione) e una normale funzionalità della MBT ai testi cognitivi.
Queste evidenze furono confermate attraverso altri studi effettuati su pazienti amnesici con lesioni simili ad H.M., i quali presentavano lo stesso pattern di deficit cognitivo: un danno selettivo alla MLT (Memoria a Lungo Termine), di natura episodica, con una preservata capacità di ricordo a breve termine (Baddeley & Warrington, 1970).

Un ulteriore conferma circa l'esistenza di due sistemi separati per MBT e MLT provenne da un altro paziente, simile ma del tutto speculare ai casi predenti. Shallice e Warrington (1970) studiarono il paziente K.F. il quale, a causa di una lesione in prossimità della scissura di Silvio, presentava un deficit selettivo alla MBT caratterizzato da uno span di memoria immediata limitato a due o tre numeri, con una conservata capacità di apprendimento a lungo termine. Questo viene definito un caso di "doppia dissociazione": una persona mostra un deficit selettivo in un'abilità cognitiva A, con risparmio di un'altra B, mentre un'altra persona presenta il quadro opposto, deficit nell'abilità B e una prestazione nella norma in quella A, dimostrando l'indipendenza delle due funzioni.
Queste evidenze avvalorarono l'idea che la MBT e la MLT appartenessero a due sistemi separati. Ed è proprio questa caratterizzazione della memoria come sistema "frazionabile" - avvenuta intorno agli anni '60 e '70 - le cui funzioni possono essere studiate autonomamente ad aver spronato i ricercatori a verificare e descrivere le numerose altre possibili scomposizioni dei vari sistemi mnesici a breve e a lungo termine.
Questa nuova visione della memoria, forse non a caso, si sviluppò all'interno di un particolare quadro teorico di riferimento, denominato HIP (Human Information Processing), i cui modelli cognitivistici, sorti intorno agli anni '60, concepivano la struttura della mente come un computer, fondando il suo funzionamento su concetti quali informazione, stadi per l'esecuzione delle operazioni cognitive, canali di trasmissione dell'informazione da uno stadio all'altro (Viggiano, 1995).

Nel campo della ricerca sulla memoria uno fra i primi e più importanti modelli "strutturali" fu il cosiddetto modello modale di Richard C. Atkinson e Richard M. Shiffrin (1968), in cui ci si riferiva già ad una scomposizione della memoria - a grande linee rimasta invariata fino ad oggi - in:

L'aspetto centrale di questo modello è l'idea di una MBT come magazzino transitorio dove l'informazione, in arrivo dai registri sensoriali, resta solo per il tempo necessario a svolgere una serie di operazioni, definite dagli autori processi di controllo. Tra questi, la ripetizione o reiterazione (rehearsal) consente di mantenere l'informazione nel MaBT e la probabilità che questa passi al MaLT è direttamente proporzionale alla sua permanenza in quello a breve termine: più a lungo viene reiterata, e quindi rimane nel MaBT, più sarà forte la traccia mnesica immagazzinata.
Nel modello di Atkinson e Shiffrin, quindi, viene dato al MaBT un ruolo cruciale, poiché è il passaggio necessario perché la traccia memorizzata raggiunga il o esca dal MaLT. Inoltre, il MaBT non viene concepito come un sito passivo, in cui viene depositata per un certo tempo la traccia, bensì come un sistema attivo che manipola l'informazione, rendendola disponibile ad altre parti del sistema cognitivo, per le attività in cui esso è impegnato.

Lentamente cominciarono a venir fuori nuovi studi che mettevano in dubbio alcuni aspetti intrinseci al modello modale.
Innanzitutto venne meno l'evidenza circa il ruolo determinante del MaBT nell'apprendimento a lungo termine (per una recente sintesi vedi Baddeley, 2010). Infatti, dagli stessi studi su pazienti con lesioni cerebrali si evinse che deficit specifici della MBT non causano problemi né all'apprendimento a lungo termine, né tantomeno alle capacità intellettive generali (Shallice & Warrington, 1970; Basso, Spinnler, Vallar & Zanobio, 1982).
Anche l'idea che il passaggio dell'informazione al MaLT sia funzione della sua permanenza nel MaBT, non resse di fronte alle nuove evidenze sperimentali: leggere ripetutamente una lista di parole non aumenta - in un compito di apprendimento successivo in cui sono presenti le parole già lette e nuove parole - la probabilità che quelle precedentemente incontrate siano apprese meglio (Tulving, 1966).
Se ci pensiamo bene, questo è ciò che possiamo sperimentare anche durante la nostra vita di tutti i giorni: se dovessi chiedere ad una donna o ad un uomo italiano da quale parte guardasse la testa della vecchia moneta da 100 lire, probabilmente i più, nonostante ne abbiano fatto tante volte esperienza quando era ancora in vigore la Lira, non saprebbero rispondere. Pertanto la semplice esperienza e/o ripetizione di uno stimolo non è causa sufficiente e necessaria a condizionare significativamente il suo apprendimento.
Così, in seguito, cominciarono ad affacciarsi nuove teorie e nuove concettualizzazioni riguardo la memoria, che portarono ad un sostituzione dei modelli bi-componenziali, quale quello di Atkinson e Shiffrin, con quelli multi-componenziali più complessi, in cui si operava un frazionamento in più componenti della MBT.

Un approccio alternativo a quelli bi o multi–componenziali è il modello dei livelli di elaborazione di Craik e Lockart (1972) precedentemente discusso.
Questo nuovo approccio di studio, pur mantenendo ancora valida l'assunzione dell'esistenza di un sistema di memoria primaria separato, ascrisse a questo il ruolo di elaborare l'informazione in entrata: infatti, secondo questi autori, un immagazzinamento più duraturo dipendeva da una più profonda elaborazione all'interno del MaBLT e non dal trasferimento da un magazzino all'altro, come invece avevano teorizzato Atkinson e Shiffrin.

Il modello multi-componenziale più importante - e senza dubbio quello più prolifico da un punto di vista scientifico - è stato il modello Working Memory proposto da Baddeley e Hitch (1974), che prevedeva la scomposizione della MBT in diverse componenti di base fra loro indipendenti ma funzionalmente collegate: l'esecutivo centrale, il loop fonologico e il taccuino visuo-spaziale.

Continua a leggere: parte 2) La Memoria a Breve Termine (MBT).

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