L’attacco di panico e le sue ombre: amici o nemici?

2018-09-13T14:56:36+00:00

L’attacco di panico. In che modo si esprime questo disturbo? Per capire bene, qui di seguito riporto il racconto che un mio paziente, durante la prima visita, mi riportò del suo primo attacco di panico.

Erano due notti che non dormivo e stavo davvero male. Sentivo formicolii su tutto il corpo, dalla schiena alle gambe. E poi avevo addosso un senso d’ansia davvero insopportabile. Poi pum! Ecco che arriva: sono stato preso da un’angoscia tremenda di morire, tremavo come se nel letto avessi un materasso di quelli che massaggiano la schiena, sudavo, il cuore batteva così forte che  mi sembrava di avere nel petto una canzone dei Metallica che suonava a tutta. Non riuscivo a smettere, volevo urlare ma non riuscivo. L’unica cosa che avevo in testa in quel momento era questa: stavo per morire!”.

 

Di particolare rilevanza era il senso di paura che emerse in seguito. Infatti, da allora le sue giornate furono scandite da un’ansia molto forte e costante, detta tecnicamente “ansia anticipatoria”, caratterizzata dal rimuginare pervicacemente su quanto successo quella notte e la costante paura che potesse riaccadere. Così, tutti gli spostamenti li faceva sempre insieme a qualcuno, sia in auto che in treno. Se poteva scegliere, preferiva non uscire di casa, al limite andava a trovare i suoi genitori nel fine settimana. Ma sempre accompagnato.

Soffrire di attacchi di panico purtroppo significa avere una vita molto limitata. Tutto intorno comincia ad assumere un significato diverso. Quando ascolto i miei pazienti su questo argomento, mi appaiono in mente le figure animate del film The Wall di Alan Parker, tratto dal capolavoro musicale dei Pink Floyd: figure tetre e minacciose che giganteggiano su un piccolo uomo inerme, che può solo rimanere recluso dietro il proprio muro, inascoltato. Ci si sente fragili, soli, piccoli, rispetto all’ambiente quotidiano circostante.

 

Attacco di panico: nemico o amico?

Proviamo a cambiare prospettiva. Un attacco di panico può essere più “amico” di quanto si possa immaginare!

Mi immagino la vostra reazione: cosa?! Un amico?! Bell’amico!!! Uno che ti scuote, schiaffeggia, spaventa, distrugge, costringe. Si può chiamare “amico” una cosa del genere?

Provate a riflettere su questo: è piacevole avere la febbre a 39 o 40? No ci certo! Eppure  questa non è altro che una segnalazione, benché molto fastidiosa e debilitante, che ci avverte della presenza di organismi invisibili nel nostro corpo (es., virus o batteri) che stanno aggredendo la nostra salute. Pertanto, grazie alla febbre, e ad altri sintomi fastidiosi, ci mettiamo in moto per proteggerci con le adeguate forme di terapia.

La febbre è nostra alleata! Come potremmo accorgerci in tempo di un virus se il nostro corpo non ci avvertisse preventivamente con una propria “voce interna”?

L’attacco di panico rappresenta la stessa cosa! Una sorta di “febbre delle emozioni”. Un segnale, o per meglio dire una “voce”, roboante e sconquassante, della nostra psiche che ci segnala che qualcosa non va. Cosa sta accadendo dentro di me? Cosa è successo nella mia vita che può avermi colpito senza che me ne accorgessi (oppure ho fatto in modo di non accorgermi!!)? Quali sono i bisogni che avverto oggi, nel momento in cui sono nella mia vita? Cosa mi trascino dietro da anni e non ho mai affrontato?

Una mia paziente di 24 anni soffriva di attacchi di panico dall’adolescenza, che si manifestavano soprattutto in concomitanza di un esame o, in generale, di un incarico. Abbiamo lavorato sulla sua vita, sui rapporti che fino a quel momento erano stati più significativi, il modo in cui si era vista all’interno di essi e di come si era sentita vista dalle persone attorno a lei. Lentamente venne fuori il senso del suo malessere. Aveva sempre avuto paura di esporsi, di essere sbagliata e, di conseguenza, di dire o fare qualcosa di imbarazzante e fallimentare. Si era sempre sentita così: una fallita, una persona con poca sostanza , come lei si era sempre descritta. E quel che era peggio è che si sentiva così soprattutto di fronte al padre, il quale non le aveva mai fatto sentire il proprio appoggio, la propria vicinanza e accettazione incondizionata, bisogno, questo, che è insito in ogni essere umano: essere amato al di là di ciò che facciamo. Gli attacchi di panico servivano a questo: ad avvicinare suo padre a lei, a fargli accorgere che sua figlia stava male. Non è un caso che spesso questi attacchi di ansia avvenivano proprio quando il padre era lontano per lavoro: puntualmente si sentiva male, così andava all’ospedale, chiamava il padre e “costringeva” lui ad andare da lei, a farle sentire la sua presenza. In altre parole, il suo disturbo diventava il portavoce di un senso di rifiuto che si portava dentro da anni, nonché un grido di aiuto che, da sola, non riusciva ad esprime al padre.

 

Abbiamo tutti noi una vita interiore che fluisce come un fiume sotterraneo, la cui acque ci trasportano verso le nostre scelte, affettive e relazionali: dobbiamo conoscerlo, riuscire a domarne la corrente, e riuscire ad imprimergli una direzione, se non vogliamo essere delle barche senza vela nè remi in attesa di uno sbocco al mare che non arriva mai.